saper impiantare

Quando si parla di viticoltura tradizionale non si fa riferimento solo alla vite ma a un insieme complesso di convivenze e di relazioni tra piante, animali e esseri umani, dove i saperi esperti dei contadini erano fondamentali al mantenimento dell’equilibrio del vigneto. Con l’arrivo dei moderni sistemi e della settorializzazione delle coltivazioni, cosa possiamo apprendere dagli antichi saperi? Possono ancora suggerirci modelli sostenibili e rispettosi verso l’ambiente naturale? Nella stessa vigna le varietà di uva erano diverse, non di rado anche nello stesso filare. In passato il sesto d’impianto, ovvero la distanza tra le piante e tra i filari era molto più ampio per lasciare spazio ai seminativi di grano e legumi essenziali per sfamare la famiglia. Anche la costruzione del filagno (filare) era diversa: venivano piantati due grandi pali capo testa di sostegno all’inizio e alla fine uniti dai fili di ferro. La stabilità nel mezzo era garantita dalle canne e pali “spaccati” disposti a intervalli regolari («c’era sempre un canneto vicino alla vigna» G. O.) e, circa ogni cinque viti, da un albero – generalmente un olmo, un pioppo o un fico – sostegno vivo che si “maritava” con la vite dandole robustezza e protezione. Cosa ci faceva una rosa all’inizio di ogni filare? Faceva da sentinella contro malattie e parassiti e indicava il momento in cui si doveva agire per prevenire danni al raccolto. Oggi, nonostante i moderni sistemi di coltivazione, è possibile trovare in alcuni vigneti quest’antica tecnica di monitoraggio come testimonianza dei profondi saperi che costituivano la viticoltura. Qual era il ciclo di lavoro annuale che i contadini dovevano seguire per avere un buon raccolto? Esso cominciava subito dopo la vendemmia con una serie di attività fondamentali e si protraeva fino alla raccolta successiva. Molti di questi lavori sono ancora oggi utilizzati.